Tutti gli iscritti di Momo che offrono lezioni, che pensano di poter aiutare i bambini nell’andamento scolastico o che hanno figli che hanno bisogno di aiuto possono contattarmi scrivendomi all’indirizzo
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giovedì 15 dicembre 2011
XM24 - via Fioravanti 24, Bologna
(ex mercato ortofrutticolo oggi Centro Sociale Autogestito)
Le condizioni sono: 1) non si possono lasciare oggetti alla fine del mercatino, ognuno si riporta a casa sua le cose che non da via. 2) ognuno dovrebbe munirsi se possibile di un tavolino o di un tappetino autonomamente.
Si tratta della prima esperienza di scambio non monetario di oggetti e beni. Un modo per non trasformare in rifiuti beni ancora utilizzabili da altri e di cui ci vogliamo liberare. Un espediente per ragionare sul riciclo e il riutilizzo. Una occasione per conoscersi e incentivare il processo di scambio tra individui alla pari, fuori dalle logiche monetarie e dal cappio del debito e del credito, dell'acquisto a rate, dalla dittatura del consumo ad ogni costo.
Con questo esperimento si vuole provare una strada diversa, soprattutto sperimentare la possibilità di applicare il collaudato metodo degli scambi non monetari dai servizi ai beni. Se da tempo oramai funzione lo scambio di servizi tra persone (lezioni di musica contro bebysitteraggio, traslochi contro imbianchini o lezioni di matematica etc.), oggi proviamo a collaudare lo scambio di piccoli (o grandi) beni ed oggetti. Forse inizialmente il meccanismo presenterà dei problemi, delle disfunzioni, ma con il tempo e con l'intelligenza collettiva, proveremo a migliorarne l'efficienza.
Sesto convivio dedicato a Ivan Illich
Bologna 2-3 dicembre 2011, via Luigi Serra 2/g (Banca del Tempo Momo)
Venerdì 2 dicembre 2011, ore 17.00
Salvatore Panu (Musicista ricercatore, curatore del convivio)
Apre e coordina gli interventi nelle due giornate
Giusi Lumare (Ricercatrice e coordinatrice della BdT Momo)
La Banca del Tempo Momo come osservatorio sociale : ricerca e autoformazione nel sistema dell'economia di scambio
Claudio Orrù (Studente universitario ed esploratore)
La madrelingua insegnata: come ricostruire le radici vernacolari?
Gabriele Annicchiarico (Ciclofficina Ampio Raggio)
Pratiche urbane aperte dal basso : riciclo, riuso, apprendo
http://ampioraggio.contaminati.net
Paolo Bosco (Curatore del blog di Momo e insegnante)
Applicare il concetto di morfologia alla realtà sociale
http://bancadeltempomomo.over-blog.it
Pino De March (Attivista poetico e insegnante)
Indignazione e dissociazione affermativa di beni comuni
http://versitudine.splinder.com
Sabato 3 dicembre 2011, ore 10.00
Aldo Zanchetta (Granchio di Kuchenbuch, Lucca)
Crisi, quale crisi?
Raffaella Lamberti (Associazione Orlando)
Rileggere Gender a trent'anni dalla sua pubblicazione
Giancarla Codrignani (Saggista, già presidente della LOC, Lega Obiettori di Coscienza al servizio militare, già parlamentare)
Società conviviale oggi?!!!
Marco Valentini (Apicoltore, Sansepolcro, Arezzo)
Può la società della convivialità salvare le api?
Elisabetta Confaloni (Filosofa, La Stanza dei Pensieri, Roma)
L'albero della salute : cura e cure per una società conviviale
Mauro De Filippo (Consulente di Regione Emilia Romagna su fondi strutturali UE)
Descolarizzazione - Gli AERO Standards (American Education Reaches Out) e le American-International Schools
Mauro Bonaiuti (Rete Decrescita, Università di Torino)
Le due soglie di mutazione: decrescita, declino o collasso della società industriale?
La partecipazione al convivio è gratuita, invitiamo i partecipanti a portare qualcosa da bere o da mangiare insieme durante il “banchetto”, venerdì a cena e sabato a pranzo.
Per ulteriori informazioni contattare Salvatore Panu, 340-8964948
La Banca del Tempo è un sistema alternativo di aggregazione sociale ancora non regolamentato, sperimentale e innovativo, sicuramente fattore di cambiamento.
Riteniamo utile, se non necessario, soffermarci a guardare in profondità le sue potenzialità e i suoi limiti passando attraverso l’autoriflessione di chi è attivo nel suo funzionamento, sul proprio ruolo al suo interno.
La ricerca-azione (R-A), è molto di più di un semplice mutamento della metodologia di ricerca nelle scienze sociali, rappresenta una vera e propria rivoluzione epistemologica nell’ambito delle scienze antroposociali, poiché riconosce la centralità dell’interazione, della sensibilità e dell’implicazione umana nel processo di conoscenza.
Per questo ci sembra lo strumento metodologico più appropriato per individuare soluzioni e nuove strategie nelle attività della BdT Momo e allo stesso tempo per individuare e analizzare i punti sensibili alla pratica dello scambio nell’immaginario collettivo in cui si insinua una diversa coscienza dell’essere sociale e in cui si investono tanti ideali.
L’intento è di creare un ricercatore collettivo i cui membri siano persone implicate nella ricerca di soluzioni alternative all’economia di mercato e alle logiche materialiste e individualiste che orientano il lavoro e le relazioni sociali.
Può prendere parte al ricercatore collettivo chiunque sia implicato nelle attività della BdT Momo, nell’organizzazione della rete o nella pratica degli scambi e si sia impegnato a far funzionare il sistema della BdT riflettendo sull’utilità e sui limiti di questo strumento. Ogni singolo membro è ricercatore, soggetto e oggetto della ricerca.
Individualmente pone attenzione al proprio agire nel mondo economico e relazionale tenendo un diario di ricerca. Collettivamente elabora gli eventi, valutando l’accaduto.
Il diario è uno strumento argomentativo da cui emergono gli aspetti critici e le positività del lavoro svolto.
Il singolo partecipante ha due gruppi di riferimento: il proprio gruppo di ricerca a cui riportare e con cui confrontare gli esiti del proprio lavoro sul campo e una comunità più ampia che è quella sociale e territoriale su cui ricadono gli effetti concreti delle scelte economiche e politiche.
Il fine è di far emergere nella loro realtà le problematiche palesi e sotterranee esistenti nella pratica della Banca del Tempo, analizzarle e affrontarle concretamente.
Elaborazione di strategie condivise e messa in pratica delle stesse. Valutazione degli effetti delle soluzioni intraprese, nuove criticità e riapertura del ciclo, fino alla messa a fuoco dei nodi più critici.
La spirale della ricerca-azione è infinita e sta alle circostanze esterne o interne al gruppo a decretare la fine della stessa. Non ci sono obiettivi da raggiungere se non quello di una più profonda comprensione del reale e una condivisione delle conoscenze che possano accompagnare il cambiamento.
Crediamo che un percorso di ricerca sulle pratiche di lavoro e di scambio in un sistema di economia solidale come la Banca del Tempo sia necessario oggi più che mai per dare un apporto concreto nella concezione di sbocchi percorribili nell’attuale emergenza economica, culturale ed esistenziale.
Giusi Lumare
IL DESTINO DELLA CIVILTA’ TECNOLOGICA
DALLA RILETTURA DI UN TESTO DI RAMON PANIKKAR
A UNA RIFLESSIONE DI CLAUDE LÉVI-STRAUSS
note di Aldo Zanchetta lette alla giornata commemorativa di Ivan Illich
svoltasi a bologna il 2 dicembre 2010
LA CIVILTÁ TECNOLOGICA : UN DESTINO INELUTTABILE?
Mi è capitato fra le mani un fascicoletto con un testo di Raimon Panikkar intitolato Il destino della civiltà tecnologica. Panikkar parla di un antico testo buddista, l’AsokâKadâna ovvero la narrazione della gesta di Asoka, il grande re. Del testo esistono varie versioni ma solo in una, quello della Lokapannati birmana, viene riportata una narrazione specifica abbastanza sorprendente, che si sarebbe poi diffusa, in periodo più tardo, in alcuni paesi del Sud-Est asiatico. Questo testo è probabilmente anteriore al X secolo prima di Cristo.
Scrive Panikkar:
Questa leggenda rivela, a parer mio, alcuni archetipi del passato concernenti la natura umana come pure i rapporti Est-Ovest e un messaggio criptico circa il destino futuro delle civiltà umane. Darò una interpretazione di questa storia che i medievalisti avrebbero definito allegorico-analogica, considererò questo testo del passato nel contesto del presente […] quello del complesso tecnocratico, cioè l’ideologia pan-economica saldata alla società tecnologica.
Veniamo al racconto dei fatti che si svolgono inizialmente nella città di Pâtaliputta (la moderna Patna sul Gange), al tempo del nonno dell’imperatore Asoka.
Il testo apre con una domanda: <<Come è che nel regno di Roma (roma-visaya) ci sono tanti ingegneri di macchine (bahulayntâkâra) esperti di tecnologie magiche?>> e continua specificando che si tratta di <<macchine che portano spiriti>> (bhuta-vâhana-yantâ) e sono state costruite <<come strumenti di protezione>>, cioè di difesa.
Quali funzioni compiono? Il testo elenca fra i vari impieghi <<commercio, coltivazione dei campi, conquiste, esecuzioni ecc.>> Il testo poi racconta come i loro inventori non possano lasciare il paese, e quando lo fanno, una di quelle macchine viene inviata ad ucciderlo. E’ una necessità perché il paese possa mantenere il suo potere.
Ecco il racconto:
Un giovane era nato nella città di Pâtaliputta. Aveva sentito dire da voci popolari di questo fatto, che esisteva nel regno di Roma una megamacchina automatica. Per mezzo di un artificio egli morì dicendo: “Costruirò tante macchine di quel tipo per quanti sono gli abitanti di Pâtaliputta”.
Il giovane rinasce a Roma, sposa la figlia del costruttore delle macchine e questi gli insegna il mestiere. Però deve iscriversi nella lista di coloro che conoscono i segreti della costruzione e che per questo non possono lasciare il paese. Quando suo figlio diventa maggiorenne egli gli dice:
Ritorno alla città di Pâtaliputta. Quando si saranno accorti della mia scomparsa verranno a perseguitarmi e mi faranno uccidere da una di quelle macchine volanti che porta lo spirito. Allora tu devi andare al mio paese, il paese della Legge. Trova il foglio che ho inserito nella mia carne in merito a quelle macchine che portano lo spirito e portalo via. Giunto alla città di Pâtaliputta, informerai la mia famiglia. Poi ti guadagnerai da vivere con le macchine che portano lo spirito.
I fatti si svolsero proprio così e il figlio, avuto notizia della morte del padre, eseguì i riti funebri di circostanza, recuperò il foglio che era nella coscia del padre e si recò nel paese degli avi, dove il re Ajâtasatru stava costruendo un tempio sotterraneo per proteggere le reliquie del Benedetto. Per assicurarne la protezione il re commissionò all’uomo venuto da Roma la costruzione di macchine che assicurassero la miglior difesa. Questi costruì una serie di macchine a forma umana con la spada in mano pronte ad uccidere chi si avvicinasse. Questi automi (yanta-purisa) si muovevano di continuo attorno al recinto. Ma un discendente del re di Pâtaliputta, il grande re Asoka, ricevette il compito da una divinazione di scoprire le reliquie del Benedetto. Perciò inviò il suo elefante con “1000 pezzi di denaro” a cercare notizie sul luogo ove fossero custodite. Una vecchia suora di 120 anni, che ne aveva 7 all’epoca della costruzione del tempio segreto, indicò il luogo, che però, come si è detto, era difeso da questi uomini meccanici. Di nuovo il grande re inviò il suo elefante con altri “1000 pezzi di denaro” pubblicando l’editto per cui essi sarebbero stati dati a chi avrebbe smantellato queste difese.
Torniamo alle parole esatte del testo:
L’uomo che conosceva le macchine animate e che era il figlio di quello che era andato nel Regno di Roma, avendo ascoltato disse: “io disinnescherò il sistema”.
Così fece e Asoka potè costruire (per trasferirvi le reliquie?) il grande stupa a Pâtaliputta e altri 84.000 in altrettanti villaggi della regione. Ma il romako raja, il re di Roma, informato a sua volta che qualcuno fuori dal suo regno aveva costruito macchine così ingegnose disse:
In quale modo un uomo di Pâtaliputta è venuto a conoscenza delle macchine che portano lo spirito?
Così mandò al re di Pâtaliputta ambasciatori con una scatola sigillata contenente gioielli e pietre preziose come omaggio per un imperatore così potente. Il costruttore subodorò l’inganno e comunicò al re i suoi sospetti ma l’insistenza del ministri convinse Asoka ad ordinargli di aprire la scatola. L’uomo chiese il permesso di salutare prima la moglie e i figli e di compiere le purificazioni di rito. Infine aprì la scatola e il robot ivi contenuto gli tagliò di colpo la testa e volò via verso il regno di Roma. Il re Asoka rimproverò i suoi ministri ma il misfatto era ormai compiuto e venuta la sua ora morì.
Il racconto si chiude con le parole:
Finisce così il trattato sui modi della trasmigrazione.
E Panikkar commenta, titolando il paragrafo “L’interpretazione del futuro”:
Tenendo presente lo sfondo citato all’inizio, consapevoli che ogni lettura di un testo è anche lettura all’interno di esso, e coscienti anche che un testo esprime qualsiasi significato che se ne possa estrarre, a condizione che non assolutizziamo la nostra interpretazione, possiamo rivolgere al nostro testo una serie di domande.
Veniamo alle domande.
Se gli esseri umani sono se-moventi e fino a un certo punto auto-motivati, se anche gli esseri viventi sembrano avere un principio intimo di movimento, che cosa ci impedisce di immaginare la possibilità di robots, cioè di artefatti materiali con un’anima, uno spirito e un motore interno? […] (Ma) il nostro testo va oltre. Parla di costruzioni umane che sono veicoli dello spirito umano, parla di una certa incarnazione dello spirito o di una sorta di strumento dotato di anima. Li chiama yanta-purisa, uomini meccanici. Abbiamo più di una estrapolazione di bisogna umani o una immaginazione antropomorfica […] abbiamo più un uomo cosmomorfico che un utensile antropomorfico […] Quei robots sono autonomi, seguono le proprie regole. Possono essere stati costruiti o progettati da esseri umani, ma non sono soggetti ad essi e, in un certo senso, sono superiori. Nessuno può padroneggiarli. I loro ingegneri possono solo dirigerli, e questo a determinate condizioni.
E commenta: “una volta che si è scisso l’atomo……”
Panikkar ci dice che esistono alcune altre leggende parallele in cui si parla di protezione di reliquie con dispositivi puramente meccanici ma mai, per quanto egli sappia, “troviamo l’idea dell’uomo cosmomorfico. Non si tratta tanto di una macchina collegata a un uomo, quanto di un uomo che è diventato una macchina. […]
Ciò che troviamo qui non è la macchina di primo grado, cioè la longa manus, ma l’estensione della longa manus dell’uomo, il docile strumento della volontà, la leva, il martello, la ruota e simili. Ciò che troviamo qui è la macchina di secondo grado, ossia l’artefatto che è in qualche modo indipendente dall’uomo, che ha le proprie regole e i propri ritmi, che devono essere seguiti dagli uomini se vogliono fare uso di queste macchine…”
Panikkar dal canto suo osserva:
“E’ l’idea dell’automazione. E’ affascinante e sconvolgente al medesimo tempo trovarla predetta in quest’epoca remota della storia”.
L’automazione, in questa leggenda, viene dall’Occidente. Perché? Panikkar osserva che i buddisti avevano avuto contatti con gli imperi assiro e babilonese, la Cina, l’esercito di Alessandro e i greci, tutte civiltà che avevano soluzioni tecnologiche avanzate; e allora perché pensare a Roma come origine di questa realizzazione? E azzarda:
Sembra essere in atto qui un istinto più profondo, una sorta di intuizione autentica del futuro, come se si presagisse che lo sviluppo tecnico del mondo occidentale fosse più che un semplice accidente storico. Sembra esserci già un riconoscimento che il legame fra questo tipo di tecnologia e la cultura occidentale è più profondo che in altre civiltà. […] Qui Roma rappresenta senza dubbio il simbolo dello spirito occidentale.
Ma per concludere, tagliando molto l’interessante testo di Panikkar al quale rinviamo, possiamo riassumere alcune delle altre considerazioni insite nel testo stesso:
La grande capacità tecnica di Roma poggia su informazioni segrete, ovvero “riservate” secondo il linguaggio moderno, cedibili solo limitatamente, e a pagamento (le “licenze” sui brevetti)…
L’Occidente è intrappolato nella sua macchina e la maggior parte degli abitanti sono “addetti al lavoro”. Potere significa ordine, l’ordine richiede organizzazione, e l’organizzazione riduce la libertà. I costruttori non possono lasciare il regno e quando lo fanno hanno bisogno di carte e permessi…
Il fascino esercitato anche sull’Oriente da questa tecnologia: i ministri di Asoka…
L’inganno (di cui Panikkar però non parla), arma permanente dell’Occidente nella sua espansione coloniale : il cofanetto dei gioielli con dentro un automa…(leggere la storia delle varie conquiste coloniali!)
La potenza del denaro (i “1000 pezzi” portati dall’elefante…e gli altri 1000)
La potenza della macchina che accresce il potere ma al prezzo della diminuzione della libertà…
La megamacchina richiede un ritmo ininterrotto di 24 ore perché tutto scorra in ordine. Nessun rilassamento è possibile; non è permessa alcuna distrazione. Questa civiltà crollerebbe senza i suoi tecnici di ogni tipo, che sono diventati come indispensabili formiche per il mantenimento dei “servizi”, anche se devono diventare “lavoro-dipendenti” e anche se i servizi riducono gli uomini ad essere servi della megamacchina. La macchina non può fermarsi. Non vi è giorno e notte. Non solo i pulcini e le mucche ci narrano di lampade sempre accese e musica incessante per produrre più uova e più latte; i figli dell’Uomo potrebbero dirci del loro intrappolamento in quella che è definita la vita civilizzata, in cui la luna e le stelle non contano e il sole è una “divinità” minore. Ma non c’è da preoccuparsi, gli animali non sanno parlare e gli uomini non riescono a percepire. Riescono a malapena a saltare fuori dalle gabbie che hanno costruito per sé: la polizia, l’esercito o i medici li riporteranno alla legge e all’ordine, al loro paese, al loro asilo… Non sorprende che vi sia protesta e fuga. A dire il vero una “selvaggia” minoranza cerca di scappare. Tutti gli altri sono già domati, cioè civilizzati, e si sentono a proprio agio nel mondo meccanizzato.[…] Nessuno può uscire dal Regno di Roma. RAIMON PANIKKAR |
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La soluzione della crisi esige un radicale rovesciamento: solo ribaltando la struttura profonda che regola il rapporto tra l'uomo e lo strumento potremo servirci degli strumenti che sappiamo costruire. Lo strumento veramente razionale risponde a tre esigenze: genera efficienza senza degradare l'autonomia personale, non produce né schiavi né padroni, estende il raggio d'azione personale. L'uomo ha bisogno di uno strumento col quale lavorare, non di un'attrezzatura che lavori al suo posto. Ha bisogno di una tecnologia che esalti l'energia e l'immaginazione personali, non di una tecnologia che lo asservisca e lo programmi. L'industrializzazione programmatica ci ha progressivamente privato di tali strumenti. Io credo che occorra invertire radicalmente le istituzioni industriali, ricostruire la società da cima a fondo. Per essere efficiente e andare incontro ai bisogni umani che pure determina, un nuovo sistema di produzione deve ritrovare la dimensione personale e comunitaria. La persona, la cellula di base congiungono in maniera ottimale l'efficacia e l'autonomia: soltanto sulla loro scala si può determinare il bisogno umano la cui produzione sociale è realizzabile. Che si sposti o sia fermo, l'uomo ha bisogno di strumenti. Ne ha bisogno per comunicare con gli altri come per curarsi. L'uomo che va a piedi e prende erbe medicinali non è l'uomo che corre a centosessanta sull'autostrada e prende antibiotici; ma tanto l'uno quanto l'altro non possono fare tutto da sé e dipendono da ciò che gli fornisce il loro ambiente naturale e culturale. Lo strumento e quindi la fornitura di oggetti e di servizi variano da una civiltà all'altra. L'uomo non vive soltanto di beni e di servizi, ma della libertà di modellare gli oggetti che gli stanno attorno, di conformarli al suo gusto, di servirsene con gli altri e per gli altri. IVAN ILLICH (da La Convivialità)
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Raimon Panikkar Il destino della civiltà tecnologica Ediz. l’Altrapagina – Città di Castello (www.altrapagina.it)
Nel sito www.kanankil.org riporto il più sensato, a mio parere beninteso, dei vari articoli che per un paio di giorni e non più sono apparsi sui giornali. Come se la notizia, pari per importanza a quella della scoperta della bomba atomica, non meritasse nulla di più.
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